Alezio

Sgominato il clan "Giannelli" di Parabita, coinvolto anche il vicesindaco

mercoledì 16 dicembre 2015
 Un nuovo schiaffo alla Sacra corona unita, sgominato il clan Giannelli di Parabita che si era riorganizzato attorno al figlio dello storico boss. Coinvolto anche il vicesindaco di Parabita.

Associazione mafiosa, concorso esterno in associazione mafiosa, associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, estorsione, detenzione illegale di armi, corruzione e altri delitti aggravati da finalità mafiosa: sono i reati contestati ai 22 indagati destinatari del blitz operato dalle prime ore di questa mattina dai carabinieri del Ros.

Fulcro dell’operazione, denominata “Coltura, è lo storico clan “Giannelli”, costola della Scu con base a Parabita ma attivo anche nei comuni di Casarano, Matino, Collepasso, Ugento, Alezio e Sannicola.

Le indagini, avviate nel 2013, hanno ricostruito la “piramide” organizzativa e i traffici del clan, passato dalle mani dello storico boss Luigi Gianneli, tuttora all’ergastolo per il truce omicidio di Paola Rizzello e della figlia di due anni Angelica Pirtoli, al figlio Marco Antonio.

Da alcune intercettazioni sono emersi collegamenti con l’amministrazione comunale di Parabita: l’attuale vicesindaco e assessore allo Sport Giuseppe Provenzano, indagato per concorso esterno in associazione mafiosa, ha avuto in più occasioni un filo diretto con gli uomini del clan che lo definivano come il loro “santo in paradiso”. In particolare le indagini dei R.O.S. hanno documentato una telefonata in cui, al culmine di un litigio, Provenzano minacciava di tagliare i fondi al clan e ne riceveva come risposta la “promessa” di una ritorsione in campagna elettorale con il venir meno dei voti “controllati” dal sodalizio.
Provenzano, secondo gli investigatori, si sarebbe procurato il favore del clan elargendo periodicamente fondi destinati ai complici detenuti e interessandosi per l’assunzione di sodali e loro congiunti nella ditta che opera per la raccolta rifiuti a Parabita quando era assessore ai Servizi Sociali.

Grazie alle informazioni fornite dal collaboratore di giustizia Massimo Donadei, è stato possibile ricostruire l’organigramma del clan Giannelli, la sua distribuzione sul territorio e l’intensa attività nel campo degli stupefacenti e delle estorsioni. L’organizzazione si articolava in tre “batterie”: Parabita sotto la responsabilità del boss Marco Antonio Giannelli, Matino in quella di Vincenzo Costa e Collepasso in quella di Cosimo Paglialonga. Ogni ramo del clan gestiva autonomamente la “piazza” dello spaccio nei territori di competenza facendo confluire parte degli introiti- il cosiddetto “punto” in una cassa comune gestita da Giannelli che assicurava il sostentamento dei sodali carcerati.

I due uomini di fiducia del boss storico, Donato Mercuri e Claudio Donadei, reclusi da più di vent’anni, facevano arrivare disposizioni operative agli affiliati in libertà tramite Marco Antonio Giannelli, affidandole ai familiari durante i colloqui in carcere.

Non solo droga e campagna elettorale: il clan era capace di condizionare anche il settore delle pompe funebri: Pasquale Aluisi, titolare di un’azienda di Parabita versava somme di denaro al clan per garantirsi il monopolio nel suo campo. Monopolio che veniva fatto rispettare anche con attentati incendiari come quello subito dal dipendente di una ditta concorrente al quale fu data alle fiamme l’auto.  
Nel mirino del clan c’erano anche due voci “scomode”: quella del pentito Donadei e del parroco della Chiesa di San Giovanni Battista di Parabita, don Angelo Corvo, che aveva espresso in alcune interviste il desiderio che fossero assicurati alla giustizia gli autori del duplice omicidio di mamma e figlia del 1991.

I nomi coinvolti nell’operazione “Coltura” sono:

Marco Antonio Giannelli; Giuseppe Provenzano; Pasquale Aluisi; Cosimo Paglialonga;
Orazio Mercuri e Besar Kurtalija (fidati collaboratori di Giannelli in contatto con i fornitori approvvigionavano lo stupefacente a disposizione dei sodali per la cessione); 
Cristiano Cera e Vincenzo Costa (fornitori di stupefacenti per l’organizzazione); 
Marco Seclì e Federico Fracasso (cedevano a terzi quantitativi di stupefacente);
Mauro Ungaro, Giovanni Picciolo, Claudio Donadei, Leonardo Donadei  Adriano Giannelli e Matteo Toma (componenti di due squadre che provvedevano ad approvvigionarsi, stoccare e commercializzare lo stupefacente);
Donato Mercuri e Fernando Mercuri (supporto  anche logistico all’organizzazione);
Antonio Fattizzo, Luigi Fattizzo (custodi e spacciatori dello stupefacente);
Fernando Cataldi. 
Nel registro degli indagti è finito anche Lorenzo Mazzotta, infermiere della Asl, che avrebbe sostituito in cambio di denaro dei campioni di sangue del Ser.t al fine di ottenere il rilascio della patente di guida per Giannelli, precedentemente ritirata. 

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